Il Cav. e il paradosso Tremonti

Nec sine te, nec tecum vivere possum. Il ministro dell’Economia che prende le distanze dalla politica economica del governo di cui fa parte, ma non prende nemmeno in considerazione l’ipotesi delle dimissioni; e il presidente del Consiglio che isola il suo ministro dell’Economia, lo costringe in una imbracatura le cui corde si chiamano Renato Brunetta e Paolo Romani, eppure non intende (o non può) licenziarlo. Giulio Tremonti e Silvio Berlusconi sono seduti sulla stessa montagna di guai e di responsabilità.
27 OTT 11
Ultimo aggiornamento: 23:05 | 22 AGO 20
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Nec sine te, nec tecum vivere possum. Il ministro dell’Economia che prende le distanze dalla politica economica del governo di cui fa parte, ma non prende nemmeno in considerazione l’ipotesi delle dimissioni; e il presidente del Consiglio che isola il suo ministro dell’Economia, lo costringe in una imbracatura le cui corde si chiamano Renato Brunetta e Paolo Romani, eppure non intende (o non può) licenziarlo.
Giulio Tremonti e Silvio Berlusconi sono seduti sulla stessa montagna di guai e di responsabilità, dunque non si sopportano ma non si lasciano, non possono separarsi ma nemmeno riescono a convivere pacificamente. Il paradosso è, a suo modo, una categoria della politica, ma anche i paradossi politici, pretendono, prima o poi, un risarcimento logico.
Se il neurologo Oliver Sacks avesse conosciuto il ministro dell’Economia che non vota la legge di bilancio che pure porta la sua firma – com’è capitato a Tremonti non troppi giorni fa – forse ne avrebbe fatto uno dei suoi celebri casi clinici: dall’uomo che scambiò se stesso per un cappello, al ministro che scambiò se stesso per il suo nemico.
Un dettaglio autodistruttivo, materia da analisi freudiana: l’atto mancato, il lapsus d’azione. Berlusconi, che sarà pure un’anomalia, ma da funzionalista qual è rispetta sommamente i principi elementari della logica, mantiene Tremonti nella sua posizione perché sa di dover rispettare gli equilibri di potere che la politica gli impone nel rapporto con il suo fedele e indispensabile alleato leghista, Umberto Bossi.
Ma a quale categoria codificata dalla psicanalisi appartiene il ministro che – invece di piegarsi o dimettersi – fa telefonare nelle redazioni dei giornali affinché si sappia quanto poco egli condivida le scelte di indirizzo economico che entro pochi giorni i suoi stessi uffici tecnici saranno chiamati a trasformare in provvedimenti di legge? L’accordo di Bruxelles è stato firmato senza di lui (e suo malgrado), si sa. Eppure il ministro – che condensa Bilancio, Tesoro e Finanze – resta il personaggio decisivo per attuare gli impegni presi da Berlusconi con l’Europa.
Senza di lui non si fa niente. E il suo atteggiamento, i suoi dinieghi, si prestano a ogni interpretazione. Se non è materia per Oliver Sacks, allora viene il dubbio che possa essere vero quanto gli attribuiscono i malevoli. Tremonti coltiva un progetto malsano: rimanere da solo, oggi, in piedi tra le macerie per sedere lui, un domani, sul trono di Palazzo Chigi. Chissà. Il mistero rimane, come pure il paradosso. Ma con una differenza: se il mistero potrebbe anche restare per sempre insoluto, il paradosso, in quanto tale, non può durare per sempre. Nec sine te, nec tecum vivere possum, in politica, non funziona.